Autore o autori: Antonietta Serino
Titolo dell’opera: Le stanze dell’anima Casa editrice: Casa Sanremo Edizioni
L’INTERVISTA
Il suo libro nasce da un’urgenza personale, da un’intuizione creativa o da una storia che ha cercato?
Il mio libro nasce da una doppia urgenza: personale e, allo stesso tempo, profondamente umana. Non ho cercato una storia: sono state le storie a venire verso di me, come accade quando per anni si ascolta, si osserva, si accompagnano fragilità e rinascite. L’intuizione creativa è nata quasi in silenzio, dal bisogno di dare voce a quelle stanze interiori che troppe donne abitano senza riuscire a raccontarle. Non è un libro costruito a tavolino, ma un libro che si è imposto, che ha bussato con delicatezza e forza insieme. Scriverlo è stato un atto necessario, un gesto di restituzione alla memoria, alla vita e alla complessità dell’animo femminile.
Qual è il messaggio che lei spera che arrivi più forte al lettore, attraverso la sua opera?
Se c’è un messaggio che desidero arrivi con più forza al lettore, è questo: ognuno di noi custodisce stanze interiori che meritano di essere ascoltate. Le donne che abitano queste pagine non sono eroine né vittime: sono persone in cammino, attraversate da paure, desideri, incoerenze e coraggio. Vorrei che chi legge percepisse che la fragilità non è una colpa, ma una soglia; che il cambiamento non è un obbligo, ma una possibilità; che scegliere sé stessi, quando si riesce, è sempre un atto di verità. Se il lettore, arrivando all’ultima pagina, sentirà anche solo un piccolo movimento dentro — un pensiero, una domanda, un respiro diverso — allora il libro avrà compiuto il suo viaggio.
Qual è la frase, la scena o il personaggio del suo libro che più la rappresenta oggi?
La frase che oggi sento più mia è: «Non si trattava di scegliere, ma di accogliere ciò che era stato. Con gratitudine». In queste parole riconosco un cammino interiore che mi appartiene profondamente. Parlano di un passaggio fondamentale della vita: quello in cui non cerchiamo più di riscrivere il passato né di cancellarlo, ma impariamo a guardarlo con uno sguardo diverso, più mite, più intero. È un atto di riconciliazione, non di resa; un modo per restituire dignità al proprio vissuto e, allo stesso tempo, aprirsi al nuovo. Quanto ai personaggi, mi ritrovo un po’ in tutte le donne del libro, perché ognuna porta in sé una domanda che ho incontrato nella realtà o dentro me stessa. Ma oggi, più di tutte, mi somiglia la donna che impara ad accogliere la propria storia senza timore, perché è da ciò che si accetta con gratitudine che nasce ogni vero cambiamento.
Cosa significa per lei essere qui, a Casa Sanremo Writers, e condividere il suo libro in questo contesto?
Essere qui, a Casa Sanremo Writers, ha per me un significato profondo. Non è soltanto una vetrina prestigiosa, ma un luogo dove le storie incontrano altre storie, dove la scrittura diventa dialogo, relazione, occasione di ascolto. Condividere il mio libro in questo contesto significa riconoscere che le parole, quando trovano uno spazio accogliente, possono raggiungere persone che non immaginavamo. Significa portare la voce di tante donne — reali, possibili, interiori — in un luogo aperto al Paese, dove culture, linguaggi e percorsi diversi si incrociano. Per me è anche un gesto di gratitudine: verso chi legge, verso chi si lascia toccare da un racconto, verso chi crede che la letteratura possa ancora essere un ponte. Casa Sanremo Writers è questo: un ponte. Attraversarlo insieme ai miei personaggi e ai miei lettori è un onore che custodirò.
La Vetrina di Casa Sanremo Writers si svolge durante la settimana del Festival di Sanremo: la musica dialoga con la sua scrittura?
Sì, la musica dialoga con la mia scrittura in modo naturale, istintivo. È ritmo, respiro, movimento emotivo che precede le parole. Anche nella mia scrittura cerco un ritmo interno, un’onda che accompagni il lettore nelle stanze più intime dei personaggi. Durante la settimana del Festival questo dialogo diventa ancora più evidente: Sanremo è un luogo dove le emozioni si fanno voce, melodia, racconto condiviso. Presentare il mio libro qui significa inserirlo in una partitura più ampia, in cui parole e note si sfiorano e si amplificano a vicenda. In fondo, anche i miei racconti hanno una colonna sonora invisibile fatta di silenzi, attese e desideri non detti.