Cosa ha ispirato l’idea di questo suo progetto?
L’atelier artistico nasce da un’urgenza personale: la necessità di dare voce a una verità. La mia prima forma di espressione è stata la scrittura, dalla quale è poi nato il linguaggio audiovisivo con il mio primo cortometraggio, Una verità rubata, omonimo del primo romanzo. In questo passaggio ho compreso che l’arte non è mai fine a se stessa, ma uno strumento di comunicazione profonda, capace di trasformare l’esperienza individuale in un messaggio universale.
Il mio percorso editoriale e cinematografico, culminato con Inganno, ultimo libro di una trilogia biografica che affronta un dramma reale, mi ha confermato quanto sia fondamentale utilizzare più linguaggi e canali per amplificare una voce e renderla ascoltabile. Scrittura, cinema e musica non sono mondi separati, ma elementi che si completano e si rafforzano a vicenda.
L’atelier artistico nasce come spazio di sintesi e di visione: un luogo in cui le arti dialogano tra loro e in cui ogni progetto viene accompagnato con coerenza, identità e profondità emotiva. La musica, in particolare, rappresenta l’elemento emotivo essenziale del racconto, capace di dare respiro e intensità alla narrazione.
Attraverso l’atelier metto a disposizione la mia esperienza e una rete internazionale costruita nel tempo per sostenere artisti che raccontano storie autentiche e che sentono l’urgenza di esprimere la propria identità. Il mio obiettivo non è solo produrre opere, ma accompagnare progetti e visioni, dando forma a contenuti che abbiano senso, responsabilità e una forza comunicativa reale.
L’atelier è, per me, un atto di coerenza artistica e umana: la naturale evoluzione di un percorso che trasforma l’esperienza personale in uno spazio condiviso di espressione e crescita.
Descriva brevemente il lavoro che presenterà nel salotto culturale di Casa Sanremo, utilizzando solo 3 aggettivi per lei significativi.
Visionaria – Autentica – Multidisciplinare.
Preciso il termine “multidisciplinare”, perché il mio lavoro nasce dalla scrittura e si sviluppa attraverso il cinema, la musica e la cura artistica, unendo linguaggi diversi in un’unica visione.”
Qual è il messaggio principale del suo progetto?
L’arte può diventare uno spazio di responsabilità e di possibilità. Quando i linguaggi artistici vengono utilizzati con consapevolezza, possono dare forma a ciò che spesso resta invisibile e creare connessioni davvero autentiche tra le persone.
Il mio lavoro invita a riconoscere il valore delle storie vere e dell’identità artistica come strumenti di trasformazione, non solo estetica ma anche umana. In questo senso, il mio ruolo è anche quello di una figura curatoriale e responsabile, che accompagna l’arte autentica nel suo percorso, senza produrre contenuti vuoti, ma generando senso, ascolto e visione.
Quali sono state le maggiori sfide che ha dovuto affrontare per realizzare questo progetto?
La prima grande sfida è stata costruire e sostenere un progetto di questa complessità trovando un equilibrio reale tra visione artistica e impegno professionale, soprattutto in una fase in cui ero ancora attiva nel mondo manageriale. Questo ha richiesto scelte precise e una forte assunzione di responsabilità.
Un’altra sfida fondamentale riguarda il lavoro curatoriale in un contesto internazionale: creare relazioni consapevoli, sviluppare sinergie con produttori musicali e distributori cinematografici internazionali, riconoscere progetti coerenti e valutare con attenzione le collaborazioni è un processo che richiede tempo, lucidità e visione. Ho ricevuto molte richieste da parte di artisti, ma ho sempre avuto chiaro che non posso — né voglio — essere una figura curatoriale per tutti.
Accompagnare un artista significa assumersi una responsabilità profonda nei confronti della sua identità e del suo percorso. Per questo la sfida più delicata, e allo stesso tempo più necessaria, resta la scelta: riconoscere le identità autentiche con cui esiste una reale affinità di visione e che io posso accompagnare con coerenza, rispetto e consapevolezza.
Cosa significa, per lei, partecipare a Casa Sanremo Movie?
Partecipare a Casa Sanremo Movie, per me, significa tornare a casa. Questa è la mia terza partecipazione a Casa Sanremo: le prime due con Casa Sanremo Writers, oggi con Casa Sanremo Movie. Dico “casa” perché è proprio qui che ho condiviso per la prima volta una delle vittorie più importanti della mia vita personale: il ritrovamento di mia sorella, dopo ventidue anni di ricerca.
Scelsi di raccontare questa storia a Casa Sanremo perché sentivo che fosse il luogo giusto. Non dimenticherò mai la telefonata della giornalista Viridiana Salerno, che accolse la mia storia con una profonda partecipazione emotiva, in un momento in cui io stessa non ero ancora arrivata alla verità che cercavo da così tanto tempo. Casa Sanremo ha accompagnato una parte fondamentale della mia esperienza umana, intrecciandosi in modo naturale con il mio percorso artistico.
È stata anche una vetrina di grande valore come strumento di comunicazione: da lì sono arrivata negli studi di Rai 1, a Storie Italiane, per raccontare pubblicamente questa storia e condividere finalmente una notizia positiva e carica di significato.
Credo molto nel progetto di Casa Sanremo, perché non è solo una vetrina dedicata alla musica, al cinema o alla scrittura, ma un luogo che offre diversi spazi di comunicazione dell’arte, in tutte le sue forme. È un ambiente in cui l’arte si respira, si ascolta, si osserva e si vive, e dove la comunicazione diventa il filo conduttore di tutto.
Quest’anno, inoltre, parteciperò anche come manager artistico, accompagnando due artisti del mio atelier: AURA, cantautrice, e Giorgio Privitera, fumettista.
Per questo desidero esprimere la mia profonda gratitudine a chi ha fondato e reso possibile tutto questo, Vincenzo Russolillo, per aver creato uno spazio autentico, aperto e di grande valore umano e artistico. Partecipare a Casa Sanremo Movie, per me, significa esattamente questo: far parte di un luogo che dà voce, senso e visione all’arte.