Autore: Mario Altavilla
Titolo dell’opera: Come un Cuore d’Africa – Diario di un viaggio
Casa editrice: Delta 3 Edizioni
L’INTERVISTA
Il suo libro nasce da un’urgenza personale, da un’intuizione creativa o da una storia che ha cercato?
Il libro nasce dal desiderio di raccontare la mia esperienza in Camerun, ma nasce anche per caso, senza essere stato programmato. È così che, giorno dopo giorno, vengono raccontati luoghi caratterizzati da quel caos che sa di musica, da persone che hanno occhi che parlano da soli e da tutto ciò che è stato condiviso in una terra lontana che conserva ancora un’umanità straordinaria. Ci sono luoghi fisici e dell’animo in cui per pochi attimi è possibile contattare intimamente e con lucidità se stessi. Luoghi in cui si ascolta e ci si ascolta, si illumina e ci si illumina, si ama e ci si ama. Gli occhi dei bambini sono uno di questi luoghi. È da questi luoghi che tutto ha inizio.
Qual è il messaggio che lei spera che arrivi più forte al lettore, attraverso la sua opera?
Che l’Africa, nonostante resti uno dei continenti con maggiori difficoltà da un punto di vista di salute, di alimentazione e di lavoro, ti accoglie come se fossi uno dei suoi abitanti, trasmettendoti i veri valori della vita; che non bisogna guardare il povero per sentirsi ricchi o per godere dei propri averi, ma che la genuinità nel modo di vivere possa essere un insegnamento per apprezzare l’altro, senza farne una differenza di stato sociale. Tale esperienza non ha nulla a che fare con una condizione di miseria, di sventura o con uno stato economico-sociale, ma è un cammino a passi lenti dentro e fuori di sé, in luoghi immensi in cui ci si sente piccoli, sopraffatti ma riconoscenti.
Qual è la frase, la scena o il personaggio del suo libro che più la rappresenta oggi?
Ciò che oggi più mi rappresenta sono la disponibilità e l’ascolto che mi hanno insegnato i bambini, grazie ai diversi momenti vissuti con loro. Provo ad affrontare la vita con occhi umili e a viverla con stupore, apprezzando il bene ed evitando il male. Vedo ancora i loro occhi raccontare storie indelebili, sento la loro voce e il loro modo di chiamarmi Tom Tom Mario (zio Mario), ma soprattutto sento i loro abbracci caldi, stretti, sentiti e dolcissimi. Quelli non si possono dimenticare perché sono stati sempre profondi e soprattutto abbracci collettivi. E attraverso ciò cerco di donare, così come fanno loro, con il cuore.
Cosa significa per lei essere qui, a Casa Sanremo Writers, e condividere il suo libro in questo contesto?
Essere qui per me è come rappresentare una piccola parte dell’Africa. È come se qui ci fossero tutti quei bambini e adolescenti che hanno svolto le attività sportive insieme a me, e soprattutto tutte le persone che ho conosciuto in Camerun. Ma è anche come se ci fossero suor Victorine, chi mi ha aiutato nella correzione, per la copertina e gli sponsor per la pubblicazione del libro. Non ultimi la famiglia, i cugini e tutti gli amici, che fino ad oggi si sono resi disponibili nelle organizzazioni di presentazioni, nella vendita e soprattutto coloro che hanno acquistato il libro, in quanto attraverso il ricavato sono stati finanziati diversi progetti in Camerun: dal progetto igiene a quello dell’istruzione, da quello sportivo a quello dei laboratori di pane, pizza e dolci, oltre a tutti i nuovi progetti che saranno svolti. Per questo motivo ho sempre considerato “Come un cuore d’Africa” il nostro libro, perché ha generato un forte senso di unione e condivisione di amicizia, di gioia e di gesti concreti di filantropia.
La Vetrina di Casa Sanremo Writers si svolge durante la settimana del Festival di Sanremo: la musica dialoga con la sua scrittura?
Sì, per me la musica non solo dialoga con la mia scrittura ma anche con la mia vita giornaliera. Nelle canzoni ci sono storie, suggerimenti, gioia o sofferenza. Infatti, anche il periodo che, di volta in volta, mi trovo a vivere mi fa prediligere determinate canzoni e mi fa rispecchiare in esse, come se vi fosse una intima corrispondenza. Spesso ho trovato le parole per la scrittura del libro viaggiando in moto ed ascoltando la musica sotto al casco. Un modo per ritrovare e ritrovarsi.
In questo momento, a conclusione della stupenda e indelebile esperienza a “Casa Sanremo Writers”, prendo spunto dalle parole di una canzone africana che recita così: “Non ho nulla da darvi ma posso solamente dirvi GRAZIE”.