Autore o autori: Maria Teresa Cremonini
Titolo dell’opera: Sparami dritto al cuore
Casa editrice: Autopubblicato (Amazon Direct Publishing)
L’INTERVISTA
Il suo libro nasce da un’urgenza personale, da un’intuizione creativa o da una storia che ha cercato?
Sparami dritto al cuore è nato da un’urgenza che non potevo più ignorare, quella di raccontare la parte invisibile del dolore che la mafia lascia dietro di sé. Non è un libro che ho cercato, è lui che ha trovato me, costringendomi a guardare da vicino ciò che spesso si preferisce non vedere. Dentro ogni pagina c’è la lotta silenziosa di chi vive in un mondo dove la paura diventa abitudine e l’amore rischia di perdersi tra la violenza e il silenzio. Scriverlo è stato come attraversare un labirinto di ferite, ma anche un modo per restituire dignità a chi non ha più voce. Non per giudicare, ma per ricordare.
Qual è il messaggio che lei spera che arrivi più forte al lettore, attraverso la sua opera?
L’intenzione del mio romanzo è raccontare uno spezzone di storia del nostro Sud attraverso gli occhi di Mimmo e Anna, due anime che rappresentano scelte opposte dentro lo stesso destino. Voglio portare all’attenzione del lettore le radici culturali e sociali che alimentano certi meccanismi di sottomissione, dove spesso il rispetto viene confuso con la paura e l’appartenenza con l’obbedienza. Solo spezzando questo circolo vizioso si può cambiare davvero. Il messaggio più importante è che nessuno nasce criminale, ma ognuno può scegliere di non diventarlo. La libertà, nel Sud come ovunque, comincia sempre da un gesto di coscienza.
Qual è la frase, la scena o il personaggio del suo libro che più la rappresenta oggi?
Anna, senza alcun dubbio. È lei che sceglie di non scendere a patti con la propria coscienza. Mentre Mimmo si piega al giuramento e alla logica della famiglia, Anna sceglie la libertà, anche a costo della vita. È la voce di chi non accetta di appartenere al silenzio, di chi preferisce morire da persona libera piuttosto che vivere da complice.
In lei c’è il coraggio che tutti dovremmo trovare, quello di restare fedeli a sé stessi anche quando tutto intorno invita a tradirsi.
Cosa significa per lei essere qui, a Casa Sanremo Writers, e condividere il suo libro in questo contesto?
Essere qui significa ricordare, attraverso Mimmo e Anna, che la ’ndrangheta non è una strada, ma un vicolo cieco. Significa far riflettere i ragazzi del Sud, quelli che rischiano di confondere la forza con la paura, l’onore con la violenza. Essere a Casa Sanremo Writers per me è un modo per dire loro che esiste sempre un’altra scelta, che ogni errore può essere evitato prima di diventare destino. È un invito a credere nella cultura, nella parola e nella coscienza, perché solo la conoscenza rende davvero liberi.
La Vetrina di Casa Sanremo Writers si svolge durante la settimana del Festival di Sanremo: la musica dialoga con la sua scrittura?
Assolutamente sì, la musica attraversa tutto il romanzo. È presente nella tradizione popolare con «la tarantella», che nel romanzo viene indicata dal boss della ’ndrangheta come simbolo distorto di appartenenza e di potere, ma anche nella vita di Anna, che trova rifugio nei cantautori italiani degli anni Ottanta come Vasco Rossi e Francesco De Gregori, e nei momenti in cui ha bisogno di maggiore forza nell’energia degli AC/DC. Ogni brano diventa così un ponte tra epoche, tra realtà e memoria, tra ciò che si è vissuto e ciò che si spera ancora di sentire. In questo senso la musica non accompagna soltanto la storia: la racconta, le dà voce e ne custodisce le ferite più vere.